Cosa ci dice davvero il boom dei tool per calcolare il body count

Qualche giorno fa è diventato virale un sito che prometteva una cosa molto semplice e molto sporca: incolli il profilo Instagram di una donna, lui “analizza” post, follower e storie, e poi ti restituisce una stima del suo body count.

Newsweek ha riportato che il caso è esploso dopo un post su X che ha superato i 6,1 milioni di visualizzazioni, spingendo il tool su più piattaforme e trasformandolo in un piccolo caso culturale.

La prima reazione sensata è: ma dai, davvero?
La seconda, più interessante, è un’altra: perché così tante persone hanno voluto cliccare?

Perché il punto, alla fine, non è il tool. Il punto è il desiderio che lo rende plausibile. E qui la faccenda smette di essere una buffonata da internet e diventa molto più seria: psicologica, sessuologica, sociale.

Già il nome del sito dice tutto quello che serve

Il sito si chiamava Check Her Body Count. Non “chiunque”. Her. E già qui, francamente, la maschera cade. Anche nella copertura di Newsweek il tool viene presentato come un sito che pretendeva di usare l’AI per stimare il body count di una donna dal suo Instagram.

Non serve fingere ingenuità.
Quando la sessualità da rendere leggibile, numerabile e giudicabile è soprattutto quella femminile, non siamo davanti a una curiosità neutra. Siamo davanti a un vecchio riflesso culturale con una grafica nuova.

Dietro il body count da Instagram spesso non c’è conoscenza dell’altro, ma il desiderio di evitare l’incertezza.
Dietro il body count da Instagram spesso non c’è conoscenza dell’altro, ma il desiderio di evitare l’incertezza.

No, non funziona davvero. Ma questa è la parte meno interessante

La parte tecnica si liquida in fretta. Un profilo Instagram mostra frammenti pubblici: immagini, caption, estetica, cerchie sociali visibili. Da lì a inferire in modo attendibile la storia sessuale privata di una persona non c’è nessun passaggio serio.

E infatti Newsweek riporta anche il chiarimento di uno sviluppatore secondo cui il sito era interamente client-side, non accedeva affatto a Instagram, validava l’URL nel browser, generava un numero casuale e lo memorizzava localmente. In altre parole: più che AI, una slot machine con ambizioni morali.

Ma fermarsi qui sarebbe comodo. Troppo comodo.
Perché il sito non è interessante per ciò che misura. Non misura niente. È interessante per il bisogno a cui risponde. E quel bisogno, invece, è realissimo.

La curiosità non è il problema. La scorciatoia sì

Qui conviene essere onesti, perché altrimenti il discorso diventa ideologico e inutile.
Voler capire con chi si ha a che fare è normale. Chiedersi se c’è compatibilità, se l’altra persona ha un’idea simile di fedeltà, di intimità, di confini, di libertà sessuale, è perfino sano. In una relazione adulta non si vive di poesia e fiducia cosmica. Si vive anche di domande scomode.

Il problema non è questo.

Il problema comincia quando la domanda smette di essere:
“Chi sei?”
e diventa:
“Dammi un indicatore rapido che mi eviti la fatica di capirti.”

Ecco il successo di questi tool, in una riga.

Non promettono conoscenza. Promettono scorciatoie. Ti evitano la conversazione, l’ambiguità, il rischio di scoprire che l’altro è più complesso di quanto ti faccia comodo. Ti offrono un numero al posto di un incontro. E un numero, si sa, ha sempre quell’aria un po’ arrogante dell’oggettività.

Il body count da Instagram non racconta consenso, benessere, contesto o qualità dell’esperienza sessuale.
Il body count da Instagram non racconta consenso, benessere, contesto o qualità dell’esperienza sessuale.

Il vero bersaglio è l’incertezza

Dal punto di vista psicologico, la faccenda è quasi elegante nella sua miseria. Prende qualcosa di opaco — la vita erotica, affettiva, relazionale di una persona — e lo trasforma in qualcosa che sembra misurabile.

Le persone sono complesse. Le relazioni anche.
Non esiste un radar che ti dica in anticipo se qualcuno ti ferirà, se vi capirete, se i vostri valori saranno compatibili, se la vostra sessualità avrà un senso condiviso. Questa incertezza è scomoda. A volte parecchio.

E allora ecco il numero.
Pulito. Ordinato. Svelto.
Ti dà l’impressione di sapere qualcosa, quando in realtà ti dà solo il conforto temporaneo di avere ridotto una persona a una casella.

Il problema è che la casella non ti calma davvero. Ti anestetizza per cinque minuti. Poi l’ansia torna, spesso peggio di prima, perché adesso non hai solo il dubbio: hai anche un’etichetta con cui alimentarlo.

E se il tema le interessa, ho approfondito anche un altro equivoco molto comune: l’idea che più informazioni significhino automaticamente più fiducia. Ne parlo qui: perché raccontare tutto nella coppia non crea necessariamente fiducia.

Dal punto di vista clinico, il numero dei partner dice molto meno di quanto la gente immagini

Se usciamo dalla chiacchiera morale e guardiamo la questione da una prospettiva clinica, il castello si sgonfia ancora più in fretta. La guida del CDC sulla sexual history spiega che discutere di salute sessuale serve a costruire un quadro più completo della salute della persona e che una valutazione adeguata va adattata al singolo caso. Il framework del CDC, non a caso, parla di partner, pratiche, protezione dalle STI, storia di STI e intenzione di gravidanza: non di una specie di patente morale della vita sessuale.

Anche l’OMS mette la questione in modo molto chiaro: la salute sessuale è uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità, e richiede un approccio positivo e rispettoso, oltre alla possibilità di vivere esperienze piacevoli e sicure, libere da coercizione, discriminazione e violenza.

Tradotto in italiano non burocratico: il numero dei partner, preso da solo, ha un valore clinico molto limitato.
Non ti dice quasi nulla sulla qualità delle esperienze vissute. Non ti dice se c’era consenso, se c’era libertà, se c’era cura, se c’era violenza, se c’era benessere, se c’era capacità di stare in relazione. Può essere un dato tra molti. Non è il dato che rivela la persona. E quando quel numero viene addirittura “stimato” da Instagram, diventa poco più di una superstizione con interfaccia.

Il body count non funziona come informazione. Funziona come etichetta

Qui c’è la parte che molti fingono di non vedere.
Il body count, nella maggior parte dei casi, non viene cercato per capire meglio qualcuno. Viene cercato per collocarlo.

Sopra o sotto una soglia.
Affidabile o no.
“Seria” o no.
Da rispettare o da guardare con sospetto.

Quindi no: non è informazione neutra. È una scorciatoia classificatoria.
Non aggiunge complessità. La toglie.
Non apre una comprensione. Chiude un verdetto.

Ed è qui che il discorso smette di essere individuale e diventa culturale.

Il doppio standard sessuale guidato dall’algoritmo

La meta-analisi di Endendijk e colleghi, che ha sintetizzato 99 studi per un totale di oltre 123.000 partecipanti, affronta proprio questo punto: i comportamenti sessuali di uomini e donne continuano a essere giudicati in modo asimmetrico. Gli autori trovano evidenza di un traditional sexual double standard nelle valutazioni e nelle aspettative: per gli uomini una frequente attività sessuale è più attesa e valutata più positivamente che per le donne.

Questo non significa che tutti ragionino allo stesso modo o che ogni contesto sia identico. Significa però che il terreno c’è. E su quel terreno un sito chiamato Check Her Body Count non appare affatto casuale. Appare perfettamente coerente.

Il tool, insomma, non inventa il sospetto.
Gli dà una forma più veloce. Più condivisibile. Più apparentemente oggettiva.
Che è esattamente il modo in cui le vecchie idiozie sopravvivono bene nel mondo digitale: si mettono una giacca nuova e improvvisamente sembrano moderne.

Uomo e donna in situazioni simili giudicati in modo diverso da segnali simbolici intorno a loro.
Uomo e donna in situazioni simili giudicati in modo diverso da segnali simbolici intorno a loro.

I social non riflettono soltanto i valori sessuali. Li producono

Qui il lavoro di De Ridder è utile perché evita un errore molto comune: trattare i social come semplici specchi della cultura. Nel suo studio, basato su 14 focus group con 89 adolescenti in Belgio, mostra che i giovani formulano giudizi molto forti sulla sessualità nel contesto dei social e usano un sistema gerarchico piuttosto netto per distinguere pratiche sessuali “buone” e “cattive”. La conclusione è ancora più importante: i social vanno presi sul serio come spazi che producono valori e norme sulla sessualità, decidendo quali forme vengono sostenute, represse o disciplinate.

Questa è la parte che molti sottovalutano.
Sui social la sessualità non viene soltanto mostrata: viene resa visibile, commentabile, confrontabile, classificabile in tempo reale. E in questo ambiente il body count smette di essere una curiosità privata e diventa un indicatore reputazionale informale.

Se poi ci aggiungi il clima più ampio della misoginia online, il quadro si completa. Una review del 2025 descrive misoginia e hostile sexism come una parte ormai “routine” della vita quotidiana delle donne e come una norma emergente degli spazi digitali, usata per punire chi viola aspettative di genere e per rimettere le donne “al loro posto”.

Detta senza giri: il tool virale non è solo una sciocchezza sessista.
È un piccolo dispositivo di polizia morale con un layout più pulito del solito.

La domanda finale non riguarda l’altro. Riguarda te

Alla fine, il punto non è stabilire se il tool funzioni. Non funziona in alcun senso serio del termine. Il punto è che una promessa del genere abbia trovato così rapidamente curiosità, traffico e circolazione online.

Questo ci dice almeno tre cose.

La prima: l’incertezza relazionale continua a essere molto difficile da tollerare.
La seconda: il numero mantiene un fascino sproporzionato, anche quando è vuoto.
La terza: la sessualità, soprattutto quella femminile, resta per molti qualcosa da rendere leggibile, numerabile e giudicabile.

Per questo la domanda più onesta non è:
“Quante persone ha avuto?”

È un’altra:
“Perché ho così bisogno di saperlo?”

E subito dopo, una seconda, ancora più scomoda:
“Che cosa penso che quel numero mi autorizzi a concludere?”

È lì che il discorso diventa interessante davvero.
Non nel tool. Nel bisogno che ha trovato.

Domande frequenti

Si può davvero calcolare il body count da Instagram?

No, non in modo attendibile. Un profilo Instagram mostra frammenti pubblici — immagini, caption, stile comunicativo, rete visibile — ma da questi elementi non si può ricostruire seriamente la storia sessuale privata di una persona. Nel caso del tool virale, Newsweek ha riportato che il sito non accedeva davvero ai dati Instagram e generava localmente un numero casuale nel browser.

Perché questi tool attirano così tanto?

Perché promettono una scorciatoia psicologica molto potente: trasformare l’incertezza in qualcosa che assomigli a un dato. Invece di tollerare il dubbio, la complessità e la fatica di conoscere davvero l’altra persona, offrono un numero che sembra rapido, neutro e oggettivo. Il punto è che quel numero non dà vera conoscenza: dà solo l’illusione di aver capito qualcosa di essenziale.

Il numero di partner sessuali dice davvero qualcosa di importante su una persona?

Preso da solo, molto meno di quanto si immagini. In ambito clinico, la storia sessuale non si riduce a un conteggio: contano pratiche, protezione, consenso, rischi, contesto relazionale e vissuto soggettivo. Per questo il numero dei partner, isolato dal contesto, ha un valore informativo limitato e non permette di dedurre la qualità della vita sessuale o relazionale di una persona.

Perché il tema del body count colpisce soprattutto le donne?

Perché il giudizio sessuale continua a essere distribuito in modo asimmetrico. Il fatto stesso che il tool virale fosse costruito attorno al “her body count” mostra che l’attenzione sociale si concentra più facilmente sulla sessualità femminile come oggetto di sorveglianza, reputazione e svalutazione. Non è solo una curiosità tecnologica: è una versione aggiornata di un doppio standard già esistente.

Qual è il vero problema di questi tool, oltre al fatto che non funzionano?

Il problema è che trasformano la sessualità in una scorciatoia reputazionale. Non aiutano a capire meglio una persona: aiutano a classificarla più in fretta. In questo modo spostano il discorso dalla conoscenza dell’altro al giudizio sull’altro, e rischiano di alimentare controllo, sospetto e falsa oggettività invece di favorire dialogo, compatibilità e comprensione reale.

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