La mia storia

C’era una volta un bimbo che da grande voleva fare il super eroe.

Così quando qualcuno gli chiedeva cosa volesse fare, lui rispondeva più o meno così: “Il Power ranger oppure l’acchiappa fantasmi”.

Tutti gli adulti che lo ascoltavano sorridevano con tenerezza, tranne suo nonno, lui lo prendeva molto sul serio.

Quindi gli faceva domande del tipo: “E spiegami, come si diventa Power ranger?”

Il bimbo rispondeva che ci volevano le monete del potere.

“E se non le trovi, come fai?”

“Eh, non lo so”

“E allora dobbiamo inventarci un modo!”

Oppure gli chiedeva: “Ma come puoi fare l’acchiappa fantasmi se hai pure paura del buio?”

E il bimbo: “Eh… non lo so”

Così un pomeriggio il nonno lo prese per mano e lo portò in quello sgabuzzino in cui gli aveva rivelato c’erano gli spiriti e spense la luce.

Il bambino voleva scappare, ma suo nonno gli teneva la mano e per fortuna suo nonno era il più forte di tutti.

Poi però il nonno fece una cosa che lo terrorizzò.

Con voce profonda disse: “Spiriti, se ci siete, dateci un segno”.

Ci furono dei rumori e il bimbo non si accorse che il nonno con l’altra mano prendeva delle caramelle dalla tasca e le poggiava sul mobile al suo fianco.

Quando riaccese la luce, il bimbo notò le caramelle che erano comparse per incanto e quasi non poteva crederci.

“Mi sa che questi spiriti non sono poi tanto cattivi” disse suo nonno.

Crescendo il bimbo si rese conto che il mondo era molto meno magico di come lo era quando passava il tempo col suo nonno.

Forse era un bimbo strano e questo bastava per essere preso in giro.

E più avanzava con gli anni scolastici e più le prese in giro si facevano costanti, cattive, sino a trasformarsi in violenza.

Un giorno, in seconda media, un suo compagno di classe per mostrare come erano fighi suoi anfibi con la punta in metallo lo colpì con un calcio alle palle.

Il dolore fu così forte che cadde a terra e per un attimo smise di vedere e di sentire.

Non avrebbe saputo dire quanto tempo passò prima di tornare a vedere, ma la prima cosa che gli si parò di fronte furono i suoi compagni di classe che dall’alto ridevano.

O almeno aveva l’impressione che ridessero, perché l’udito ci avrebbe messo un altro paio di minuti a tornare.

Con le scuole superiori le cose non migliorarono per niente.

Ad esempio, un giorno un suo compagno di classe decise di usarlo come cavia per scoprire cosa succede se colpisci qualcuno in testa con il vocabolario di greco.

Per la cronaca: succede che sviene.

Ma la cosa peggiore era quando lo aspettavano nel bagno, per fermarlo in due mentre il terzo lo colpiva.

In quei momenti non era tanto il dolore, quanto l’incredulità.

“Non c’è bisogno di essere in tre per pestarmi” pensava. “Ne basta uno”.

Suo nonno aveva torto, probabilmente pure con le monete del potere sarebbe stato un pessimo Power Ranger.

Ormai sapeva da un pezzo che le caramelle degli Spiriti venivano dalla tasca di suo nonno, per questo aveva smesso di credere nella magia, nelle favole, così come nelle parole del vecchio, che non capiva un cavolo di quello che succedeva a scuola.

Ormai era un adolescente con un serio problema di insonnia: la sera di stendeva nel letto e non riusciva a fare a meno di pensare che il giorno dopo doveva tornare a scuola, a subire quelli che se non erano pugni erano costanti prese in giro e risate.

Così guardava l’orologio e vedeva che altre poche ore lo separavano da un’altra sessione di tortura e questo gli toglieva via il sonno.

La mattina, con un paio di ore di dormiveglia, si guardava allo specchio e si chiedeva: “Cosa c’è in me che non va?”

Perchè doveva esserci un motivo se tutto quello stava accadendo a lui e non a qualcun altro.

Così prendeva in esame gli occhi, i capelli, le orecchie, le labbra, il collo, ogni singolo centimetro del suo corpo, non trovando niente di strano, per poi arrivare alla conclusione che era tutto quel complesso di particolari ad essere sbagliato.

Era come quello sfigato di Peter Parker, con l’unica differenza che lui non era stato morso da nessun ragno radioattivo e di certo non sarebbe mai diventato l’Uomo ragno.

Continuava a leggere i fumetti ma era passato anche ai libri: l’unico momento in cui si sentiva felice era quando leggeva.

Dagli horror di Clive Barker alle avventure di Giulio Verne, dal giovane Holden di Salinger sino all’Ulisse di Joyce: divorava libri su libri, pensando che i suoi veri amici erano lì, perché nel mondo reale non c’era niente per lui.

Intanto suo nonno gli faceva tante promesse, dipingendogli una vita in cui lui sarebbe stato felice.

Stranamente suo nonno continuava ad essere fiero di lui e, per quanto non avesse mai parole motivanti, lo guardava ancora come un aspirante eroe, con la sicurezza che prima o poi avrebbe indossato un bel mantello rosso.

Ma il ragazzo ormai lo sapeva: il nonno gli voleva solo bene e di chi era davvero suo nipote ci capiva meno di un cazzo.

Anzi, ormai pensava che se era così sfigato era pure colpa del vecchio, che si era inventato un fantasma che distribuiva le caramelle piuttosto che riportarlo con i piedi per terra.

Perchè nel mondo non ci sono spiriti benigni, né Power Rangers, il mondo è come lo descrivono gli Smashing Pumpkins: un vampiro.

Così leggeva, studiava (ma raramente l’assegno che gli assegnavano per il giorno dopo), si immergeva nella musica grunge e nel post punk, e ogni due settimane andava a trovare il nonno.

O almeno era questo quello che diceva ai genitori, in realtà lo salutava velocemente per poi andare alla mediateca a pochi chilometri da lì, dove gli facevano noleggiare gratis tutti quei film che nei video noleggi nel proprio paese ignoravano.

Ormai si era arreso all’insonnia, così la notte ascoltava Enrico Ghezzi parlare fuori sincrono, per poi guardare film che il più delle volte neppure capiva.

Poi una notte ebbe una strana sensazione: l’avrebbe potuta descrivere come se stesse avendo la consapevolezza che nel cosmo interi sistemi solari fossero esplosi.

Era una precisa sensazione di assenza, come un qualcosa che di colpo aveva distrutto l’equilibrio dell’universo.

Pianse, senza neppure sapere il motivo.

Riuscì a dargli un senso solo il mattino dopo al ritorno da scuola, quando sua madre gli disse che il nonno era morto.

Anche se aveva smesso di crederci da un pezzo, fu come avere la certezza che ormai non sarebbe mai diventato un Power Ranger, o almeno il suo equivalente metaforico.

Un giorno, nella libreria di suo padre, trovò due libri che gli cambiarono completamente la vita: “La dottrina zen del vuoto mentale” di Daisetz Taitaro Sukuzi e “Ipnoterapia” di Milton Erickson.

Dopo averli letti pensò a suo nonno: forse quelle erano le sue “monete del potere”.

Ma in realtà non aveva più voglia di salvare il mondo, ora il mondo voleva vederlo bruciare.

La meditazione lo aiutava a distaccarsi dal dolore che ogni giorno doveva subire, mentre l’ipnosi doveva essere la sua arma, quella con cui avrebbe compiuto la sua vendetta.

Era assetato di sangue: non aveva i muscoli, ma se Lex Luthor è stato in grado di uccidere Superman, voleva dire che l’intelligenza può vincere sulla forza.

Continuò a studiare per almeno tre anni, dedicandosi specialmente all’inglese perché aveva finito tutti i libri in italiano e aveva bisogno di saperne di più.

Per poi seguire corsi, prima di lettura veloce e poi di fotolettura: aveva davvero troppo da studiare e voleva accelerare il passo.

Ovviamente era molto raro che studiasse per le interrogazioni in classe.

L’ho già detto che era assetato di sangue?

Ecco, più leggeva, più studiava, più praticava e più si rendeva conto di star affilando le lame che avrebbero potuto tagliare in due il mondo intero, per poi fare a brandelli tutti i suoi carnefici… possibilmente nel modo più lento e doloroso.

Ma poi accadde qualcosa che neppure lui seppe spiegarsi.

Più studiava, più meditava, più sperimentava gli stati alterati di coscienza con l’ipnosi e più il suo bisogno di vendetta diminuiva.

A scuola era riuscito a trovarsi una piccola isola felice nel giornalino scolastico, del quale era diventato il direttore.

Ormai la professoressa che dirigeva il progetto si fidava così tanto di lui, che aveva smesso di controllare gli articoli che venivano pubblicati.

Fu forse per questo che, prima della fine dell’ultimo anno, gli chiese di scrivere un articolo che parlava dei cinque anni al liceo dal punto di vista chi stava per affrontare la maturità.

Quello poteva essere un buon inizio di vendetta.

Durante la notte scrisse parole di fuoco, in cui vomitava e umiliava tutti i suoi compagni di scuola, per non parlare dei professori… loro sapevano tutto, certo che lo sapevano, solo un cieco poteva ignorare quello che gli accadeva ogni fottutissimo giorno.

Ma poi, senza neppure saperne il motivo, quando era il momento di impaginare l’articolo, decise di non pubblicarlo e, al suo posto, buttò giù in fretta e furia altre parole:

“E’ stata dura.

Per qualcuno di più e per qualcuno di meno.

Non solo lo studio, ma anche la scuola.

Qualcuno ha vissuto momenti che porterà nel cuore per sempre ed altri hanno vissuto momenti che il cuore l’hanno spaccato in due.

Ma penso che la maggior parte di noi li hanno alternati, seppur in misura differente.

Stephen King ha scritto che i cuori sono forti, qualche volta si spezzano, ma il più delle volte si piegano soltanto.

Non so che fine faranno i nostri cuori, ma di una cosa sono certo: tutti noi – chi più e chi meno – siamo stati degli stronzi egoisti.

Ci hanno riempito la testa con Kant, il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me, la giustizia di Pericle e la saggezza di Atena.

L’unica cosa che posso sperare per tutti noi è che queste idee, ora che non siamo più costretti ad impararle a memoria per evitare un pessimo voto, possano davvero tornarci utili, magari rendendoci meno stronzi, se non addirittura delle persone migliori”.

Neanche a dirlo, il suo articolo non fu apprezzato chissà quanto, ma in quel momento il ragazzo pensò che forse suo nonno, in un modo o nell’altro, sarebbe stato fiero di lui.

Se già non l’hai intuito, quel bambino, quell’adolescente e quel ragazzo sono io.

E mi piacerebbe dirti che dopo quel momento tutto è stato in discesa.

Ma non è vero, le ferite c’erano ancora e bastava poco per farle sanguinare.

Così ho deciso che era giunto il momento di curarmi e per farlo ho usato l’arma che mi aveva aiutato sin a quel momento: lo studio.

Ma ormai ero abbastanza grande da poter usarne altre: così ho cominciato a viaggiare, per continuare a studiare meditazione e ipnosi.

In tutti quegli anni ho scoperto il mondo degli sciamani, ho meditato con dei veri maestri zen e ho pregato accanto a monaci come Palden Gyatso.

Quest’ultimo aveva passato ben trenta anni della sua vita in una prigione cinese, dove ogni giorno veniva pestato a sangue per aver commesso il crimine di aver distribuito dei volantini in cui venivano divulgati alcuni precetti del Buddismo tibetano.

Era venuto in Italia per tenere degli interventi all’Università per l’associazione di cui facevo parte, e lo ospitavo a casa mia.

Pregando soli io e lui, nella stessa stanza, quella che da poco avevo smesso di chiamare “la mia cameretta”, mi resi conto che se lui aveva trovato la pace dopo ciò che aveva subito, allora lo potevo fare anche io, che in fondo avevo subiti solo otto anni di bullismo.

Così ho continuato la mia ricerca, ispirato da lui.

Palden con la sua sola presenza serena e armoniosa dimostrava in modo silenzioso che esiste la cura.

Fu allora che decisi di abbandonare la strada che mio padre aveva tracciato per me.

Lui era un avvocato e il mio destino era abbastanza ovvio: laurearmi in giurisprudenza per poi ereditare il suo studio e tutti i suoi clienti.

“Siediti” gli dissi. “Devo dirti una cosa: io lascio legge”.

Stranamente quando gli ho dato la notizia la prese meglio del previsto: in fondo lo sapeva che quella via non mi avrebbe reso felice, mi ci aveva spinto solo perché voleva darmi una sicurezza economica.

Mi mancavano sei esami alla laurea.

Così mi iscrissi a sociologia… non per una qualche ragione particolare, semplicemente non mi sentivo pronto a specializzarmi in nulla e quella facoltà mi dava l’opportunità di scoprire tante cose diverse.

Antropologia, psicologia, linguistica, storia, psicologia sociale, economia, geopolitica, ho fatto addirittura un esame sulla composizione dei discorsi politici: c’erano tanti argomenti diversi a disposizione.

Avevo passato tre anni all’Università a studiare sempre e solo la stessa cosa, seppur declinata in salse diverse; ora era arrivato il momento di sperimentare ed esplorare!

E intanto mi prendevo il lusso di studiare anche altrove.

Sono diventato ipnoterapeuta certificato in due scuole differenti situate in due due nazioni diverse; entrambe sono abbastanza rinomate da essere riconosciute in tutta Europa tranne in Italia (l’Italia non riconosce nulla fatto al di fuori dei confini nazionali).

Così, dopo la prima laurea, ho capito che era giunto il momento si specializzarmi, e così sono passato a frequentare la facoltà di Psicologia… attualmente sto seriamente pensando di prendere la terza laurea in filosofia.

Mio nonno aveva ragione: se vuoi fare il Power ranger e non ti danno le monete del potere, devi trovare comunque un’altra strada.

E questa è stata la mia.

Oggi so perfettamente perché faceva comparire le caramelle e perché fosse l’unico a non ridere quando gli raccontavo i miei sogni.

E se scrivo questa storia è perché voglio condividere con te la cosa più importante che ho imparato: non importa quanto la vita ti possa colpire duro e pure sotto la cintura, tu puoi curarti.

Ho avuto un nonno magico, molti maestri, un paio di coach e ben tre psicoterapeuti ed ora che sono dall’altra parte quello che posso dirti è che sono completamente inutili se tu per primo non decidi che è giunto il momento di smettere di pensare a ciò che ti è accaduto, per cominciare a focalizzarti su quello che puoi fare per te.

Quando cambi questo atteggiamento, ecco che prima o poi la strada la trovi e, se proprio non si manifestasse come d’incanto di fronte a te, troverai la forza per crearla.

Se l’ha fatto un ragazzino sfigato come me, fidati, lo può fare chiunque.

Sai, le caramelle che gli Spiriti facevano comparire nel buio erano le stesse caramelle che mia nonna teneva in cucina… eppure non ho mai collegato queste due cose, anche perché quando le mangiavo mi rendevo conto che avevano un sapore molto diverso.

Posso dirti con certezza che ad oggi sono ancora le caramelle più buone che abbia mai mangiato! 

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